Luigi Erba

Luigi Erba//

Si pone in aperta polemica con la topografia asettica del territorio e l’immagine analitica, verso una visione più libera, sognante, di riacquisizione quindi dello stesso gesto del fotografare, pur in una precisa metodologia di lavoro.

Relatore intervento : 
Il cinema di prossimità: privato, amatoriale, sperimentale e d’artista.

Spazio contemporaneo “Carlo Talamucci”

sabato 16//10.15

È nato a Lecco nel 1949. Laureato in Materie Letterarie all’Università Cattolica di Milano nel 1974 con una tesi sulla prosa e la critica di Galileo Galilei, ha insegnato nella scuola media inferiore e in un istituto Tecnico Industriale. Ha sempre coltivato fin dagli anni sessanta la dimensione della fotografia, scrivendo spesso di essa e di arte contemporanea. Fondamentale è stata la partecipazione ad un corso annuale tenuto da Oscar Ghedina e la frequentazione da sempre del laboratorio fotolitografico del padre a Milano. Non ha intrapreso la carriera professionale, dedicandosi parallelamente all’insegnamento, ad una ricerca linguistica sull’immagine costante negli anni che spesso coinvolgeva la stessa poesia, traducendo per diletto autori quali ad esempio William Blake.
Le sue prime esperienze fotografiche risalgono agli anni settanta con un paesaggio alpino, sempre fantastico e interiore, inventato, lontano da connotazioni topografiche, ma con tipici segni riferiti all’architettura (posato il più lontano possibile– Favrod). 
Questo era anche ottenuto, a volte, con l’uso di elaborazione in camera oscura (quali esasperati toni bassi, retini tipografici, separazioni tonali, solarizzazioni, rivelatori alla paraformaldeide), potendo utilizzare materiali e mezzi del laboratorio fotolitografico milanese del padre; inizia così a maturare la consapevolezza che il linguaggio è frutto dell’uso e della sperimentazione di strumenti e materiali. Parallelamente documenta l’esodo e l’abbandono delle case di montagna (“Via Rovina”, in Val Tartano), concentrandosi sulle loro strutture, sintetizzando segni lirici di memoria dentro rimandi antropologici(Sara Fontana). Sono anni questi di partecipazione a concorsi fotografici, tra cui spesso viene premiato anche tra i giovani (a proposito si può ricordare che proprio a Lecco nel 1971 fu premiato con Pino Settanni).
Nei primi anni ottanta, dopo il periodo dedicato alla ripresa di oggetti “congelati” d’inverno in discariche decontestualizzati dal loro uso quotidiano, poi rielaborati con i nuovi materiali del digitale ed oggettualizzati nel 2007 in teche in plexiglass (“Ritrovamenti”, Miart Milano), si avvicina ad un paesaggio urbano periferico quotidiano della città dove abita, descritto sempre in modo fantastico e interiore. Sulla scia di una dichiarata non oggettività inizia la ricerca più sistematica basata sull’immagine multipla, riflettendo sull’esperienza concettuale, affrontando i concetti di spazio, tempo e luogo in nome di un’ interpretazione più lirica e individuale, basata sulla memoria, la percezione, la visione, riducendo gli ultimi segni-frammenti dei luoghi personalmente vissuti, prima attraverso sequenze, poi arrivando a tavole antropologiche di scrittura (es viti, gelsi, case di montagna- vecchio nucleo di Frasnida) e comunque sempre rimettendo in gioco il ruolo dell’immagine unica e la topografia oggettiva dei luoghi in una dimensione di sogno-memoria. Ha scritto e scrive costantemente, come giornalista pubblicista, su giornali, riviste, cataloghi di arte contemporanea, curando anche mostre e manifestazioni e comunque frequentando da sempre galleristi, artisti tra cui Antonio Scaccabarozzi, Tino Stefanoni, critici quali Alberto Veca, poi Roberto Mutti ed Elisabetta Longari, design quali Giulio Ceppi con cui realizza numerose mostre, progetti. Sarà fondamentale la collaborazione e conoscenza, in ambito più specifico, di artisti come Aldo Tagliaferro, Mario Cresci, Franco Fontana e Mario Giacomelli con cui firmerà poi, nell’agosto del 1995 a Senigallia, il Manifesto del Centro Studi Marche “Passaggio di Frontiera”. Così a metà degli anni ottanta la frequentazione a Morterone (Lecco) del nucleo di artisti e critici che, lavorando con il poeta Carlo Invernizzi, realizzano mostre e iniziative varie: sono, tra gli altri, Gianni Colombo, Dadamaino. Aricò, Pinelli, Ciussi, Varisco, Nigro. In questo contesto si consolida la consapevolezza che i segni del territorio passato e la natura contengono nella loro universalità possibili alfabeti di un linguaggio estremamente contemporaneo. Le mostre su Frasnida (1988-1999 sono una testimonianza e ulteriore consapevolezza di una simbiosi tra progettualità, emozione e visione) che lo portano a definire una particolare poetica sull’antropologia e la visione del paesaggio totalmente opposte all’oggettività.
Parallelamente, attraverso il suo Concettualismo lirico, come è stato definito da Elena Pontiggia e Daniela Palazzoli, inizia a realizzare un programma di riflessione metalinguistica sulla espressività della ripresa pura, del mezzo e della pellicola, approfondendo i concetti di simultaneità e relazione visiva, di progetto e casualità, metodo ed emozione, reale ed immaginario, conscio ed inconscio, uno e tutto che saranno la base sistematica per gli ulteriori sviluppi (1987-93 “Interfotogrammi”- utilizzo dei due scatti successivi comprendendo a livello visivo lo spazio-intercapedine non impresso della pellicola). Quindi l’immagine basata sul dittico, sempre in sede di ripresa, diventa polittico con i “Polifotogrammi” e successivamente le sequenze realizzate in tempi e luoghi diversi si sovrappongono dando origine al ciclo di “Un luogo sull’altro” (1996-2005). In questo contesto il suo lavoro si definisce sempre di più come ultima riflessione possibile sulla pellicola come supporto espressivo e sulla capacità di produrre anche elementi di incontrollabilità che costituiscono la magica espressività della fotografia (Alberto Veca). Della fotografia come deposito dell’inconscio e del possibile riutilizzo dello scatto in base alla propria conoscenza in progress (“Nel ripostiglio dell’immaginario”). Il lavoro sul tempo e la ripresa, sulla soglia della nuova era del digitale dal 1995-96, propone un’immagine spesso casuale, incontrollabile, condizionata da una mnemotecnica della memoria ( Stefania Burnelli); si pone anche in aperta polemica con la topografia asettica del territorio e l’immagine analitica, verso una visione più libera, sognante, di riacquisizione quindi dello stesso gesto del fotografare, pur in una precisa metodologia di lavoro. La sua dialettica dei luoghi(Roberto Mutti) genera così degli spazi diversi nello scorrere fotografico della pellicola, la tensione dell’uomo di essere in più posti e nello stesso tempo in nessuna parte. Solamente nell’immagine tecnologica (Palazzoli).
Ancora in chiave linguistica e in questi anni (1988-93) ha interpretato l’opera di diversi artisti (Vicentini, Aricò, Maraniello, Gianni Colombo, Ciussi, Varisco) , successivamente l’incisore marchigiano Luigi Bartolini (1995 “Bartolini rivisitato”). In particolare quest’ultimo lavoro in dittici, realizzati in camera oscura ponendo insetti, parte di pellicola direttamente a contatto della carta fotografica sulla proiezione di un negativo generano un particolare fotogramma. Le stesse foto con altre diverranno “matrici” per la digitalizzazione e il relativo utilizzo di diversi materiali per la mostra ”Camera chiara, camera oscura” (Milano 2008) che porrà in rapporto dialettico analogico e digitale. In particolare in questi “Panorami per insetti” tutto funziona come se fosse stato inglobato dal tempo dal plexiglass in un cristallo d’ambra (Elisabetta Longari). Nel 2007 realizza una mostra con il pittore Tino Stefanoni “Lecco Archeologia di un paesaggio” (sede API e galleria Melesi) dove continua a riflettere sui materiali fotografici accumulati nel tempo, riguardanti le aree industriali dismesse nel territorio lecchese. Iniziano i “ Paesaggi dissolti” che si estenderanno anche alle vecchie architetture alpine. Successivamente, (Verona “Dalla Fotografia d’Arte all’arte della Fotografia” 2009, realizzata con Fabio Castelli con cui ha condiviso sin dalla Miart 2007 la totale sperimentazione di materiali che pongono in un particolare e nuovo rapporto con lo stampatore esecutore, quasi come nella vecchia bottega degli incisori –“Camera chiara, camera oscura”, galleria Fotografia Italiana) continua la ricerca sugli ultimi resti sempre delle aree industriali della sua città, denominati “Paesaggi”- “Ex paesaggi”, lavorando sul rapporto memoria sogno e sulla percezione visiva di riprese (slittamenti) utilizzando nella prima fase, cioè in quella analogica, due apparecchi fotografici tra di loro antitetici quali la vecchia Rollei biottica e la Olga. Ha fatto parte di numerosi comitati artistici di festival fotografici, partecipando a diverse letture portfolio sin dai tempi della Pedana del Sicof.

Nel 2013 con un progetto a quattro mani unitamente allo stampatore Roberto Berné vince la seconda edizione del prestigioso premio BNL Gruppo BNP PARISBAS al MIA di Milano. Nello stesso anno il “Premio Creatività” al Photofestival di Nettuno “Attraverso le pieghe del tempo”; quindi in Ottobre il premio “Gentile da Fabriano”, come autore firmatario nel 1995 del manifesto “Passaggio di Frontiera” con Il Centro Studi Marche di Senigallia.

http://www.luigierba.it/