Diana Belsagrio

Diana Belsagrio//

Il mio modo di intendere la fotografia e il mondo audiovisivo è dunque “uno specchio dentro cui scorgere il proprio riflesso” e non semplicemente “una realtà interpretata dall’occhio di chi ha scattato”.

Relatore: Donne multivisionarie

Spazio contemporaneo “Carlo Talamucci”

sabato 16//14.15

Pur essendo cresciuta in una terra di mare e sole, ho da sempre amato le atmosfere cupe descritte nella letteratura e nella filmografia gotica. Mi sono avvicinata al mondo della fotografia nel 2008 e da quel momento non ho più smesso di raccontare il mio modo malinconico di interpretare la realtà, attraverso la fusione di immagini, musica e parole.
Durante l’adolescenza sognavo di diventare una pittrice, un’attrice in ghost stories oppure la regista di videoclip musicali. Con la fotografia ho realizzato i miei primi due desideri; grazie agli AudioVisivi Fotografici ho coronato anche il terzo.
Il processo creativo inizia prima di tutto nella mia mente e l’ispirazione spesso arriva da un brano musicale, da un film, dallo stile di un regista, dal racconto letto in un libro. Fotografi come Gregory Crewdson, Duane Michals, Brooke Shaden e Francesca Woodman hanno guidato le mie scelte estetiche, così come registi quali David Lynch e Tim Burton hanno suggerito le atmosfere che ho voluto ricreare.
Spesso disegno su carta un bozzetto delle mie idee e infine scatto le immagini, inserendole in uno storyboard sempre più articolato. La maggior parte delle volte sono io stessa a posare, del resto le fotografie esprimono il mio lato più profondo; tuttavia cerco di non essere mai riconoscibile, in modo che chiunque possa immedesimarsi nelle storie che racconto.
Il mio obbiettivo è creare emozioni, senza alcuna volontà puramente descrittiva.
Ho notato che osservando i miei lavori ogni spettatore vede in essi significati diversi e particolari, secondo l’influenza dalle proprie esperienze personali. Il mio modo di intendere la fotografia e il mondo audiovisivo è dunque “uno specchio dentro cui scorgere il proprio riflesso” e non semplicemente “una realtà interpretata dall’occhio di chi ha scattato”. Far emergere il proprio io attraverso un’immagine può smuovere, scuotere, svegliare qualcosa che è mimetizzato talmente bene dentro di noi da sembrare che neanche ci sia. In ogni caso, non può lasciare indifferenti.